Con l’insediamento dei tabarchini nelle isole del Sulcis si assiste ad una leggera diversificazione della lingua tabarchina, tanto da distinguere una varietà carlofortina da una calasettana. Tali disuguaglianze, percettibili nella maggior parte dei casi solamente dai parlanti e dagli studiosi del linguaggio, sono state determinate dal differente sviluppo socio-economico delle due comunità. L’economia calasettana, anziché votarsi alle attività tradizionali della pesca e dei traffici marittimi, si indirizzò fin da subito principalmente alla coltivazione della vite. Conseguentemente i Calasettani ridussero le relazioni con l’originaria Liguria stringendo per necessità rapporti stagionali con i vicini sardi. Tutto questo ha implicato l’assimilazione di non pochi sardismi in ambito agricolo, favorita dal fatto che il tabarchino, commerciante e marittimo, non aveva mai posseduto nel suo linguaggio un repertorio rurale e contadino. D’altra parte i diminuiti collegamenti dei Calasettani con la Liguria hanno portato a una staticità della loro parlata non avendo potuto seguire ed inserirvi le trasformazioni subite dal genovese nella sua naturale evoluzione. In conclusione si assiste nel tabarchino di Calasetta ad una situazione che presenta aspetti contrastanti di staticità e di alterazione: la variante calasettana del tabarchino riflette una parlata antica, e per questo più genuina, del genovese, ma nel frattempo subisce maggiormente l’influenza lessicale sarda.
La situazione linguistica è quasi invertita a Carloforte, dove la pesca e le attività marittime rimasero prioritarie. Qui il tabarchino si è maggiormente adeguato ai cambiamenti del genovese in virtù delle continue relazioni commerciali con i paesi della Liguria e, al tempo stesso, ha risentito meno dell’influsso del sardo per la minore contiguità territoriale. In compenso il tabarchino di Carloforte si è arricchito, fin dai primi anni della colonizzazione, di alcune voci siciliane inerenti in modo particolare la terminologia della tonnara. Da segnalare anche la presenza di diversi francesismi, dovuti sia all’immigrazione di ritorno dalla Tunisia che agli stretti rapporti commerciali intrapresi, a fine dell’Ottocento, dai Carlofortini con alcune località costiere della Francia mediterranea.
Gino Bottiglioni, linguista che esaminò il tabarchino nel 1928, scrisse: “anche riuscendo a mettere insieme parecchie centinaia di voci accattate dal sardo, non si riuscirebbe per questo a dimostrare che il tabarchino non è più un dialetto genovese”; parafrasando la sua espressione si può affermare che mettendo insieme tutte le differenze tra la parlata di Calasetta e quella di Carloforte non si riuscirebbe a dimostrare che non sono un’unica lingua. Il tabarchino appunto.