L’11 giugno del 1741 Younès Bey e Souleyman Rais annientando la debole difesa dei Tabarchini, posero fine al presidio genovese a Tabarca, durato più di 200 anni.
Iniziò così la diaspora della comunità tabarchina i cui componenti rischiarono di essere ridotti schiavi senza patria, senza famiglia. Per impedire che la loro opera potesse continuare furono rase al suolo quasi tutte le costruzioni edificate sull’isola: chiesa, abitazioni, mura, torrioni, magazzini in modo che non potesse più ripetersi quell’esempio di una fiorente enclave cristiana nel mondo mussulmano, un ponte tra le due culture come comprese il grande Miguel Cervantes, anch’egli schiavo in Algeria.
È importante raccontare e far conoscere la straordinaria e drammatica avventura umana di uomini, donne, bambini che non ha eguali nella storia delle comunità mediterranee del XVIII secolo. La lunga odissea di una popolazione che è riuscita a trovare in tempi diversi una dimora finale sulle sponde del Mediterraneo fondando, nel giro di tre decenni, le colonie tabarchine di Carloforte, Calasetta, Nueva Tabarca.
Una situazione tanto complessa, in certi casi cruenta e drammatica, avrebbe potuto portare all’estinzione o alla disgregazione di intere famiglie e fatto cadere nell’oblio ciò che restava dell’insediamento ligure che, per più di duecento anni, aveva prosperato sull’isola africana di Tabarca. Una popolazione, quello tabarchina, che in questo modo costruiva il suo futuro e gettava nuove radici grazie anche alla magnanimità di monarchi illuminati i quali, concedendole nuove dimore, permisero di perpetuare l’identità, i costumi, le tradizioni, la lingua, la fede cristiana.
I discendenti sentono oggi l’esigenza di ricordare e riscoprire i valori di questa stirpe di uomini, di recuperare il ricordo di un frammento importante e significativo di una storia singolare, forse irripetibile, nella lunga e variegata storia dei popoli mediterranei; e, inoltre, di cementare le radici comuni tra le comunità tabarchine che vivono oltremare e che amano ricordare le proprie origini ovunque siano.
Alla distruzione materiale della fattoria di Tabarca, alla fine dell’attività svolta su quello scoglio africano dai coloni genovesi, ha fatto seguito una storia scolpita nel tempo da quelle genti. A partire da quell’evento una comunità divisa, fiaccata, martoriata, impoverita, costretta a subire prigionia, deportazioni, migrazioni volontarie o coatte, ha saputo rinascere economicamente, politicamente e socialmente fuori i confini tunisini.
Questa popolazione, definita ufficialmente Tabarchina, è riuscita a creare l’identità di una piccola nazione che, pur frazionata e dislocata in varie parti dell’area mediterranea, ha cercato con forza e determinazione di conservare e tramandare un patrimonio culturale che rappresenta la continuità della storia di Tabarca e dei tabarchini ovunque essi si trovino. Queste radici profonde dovranno evitare che il silenzio, l’oblio, l’assenza di testimonianze cancellino le tracce di quel passato e far sì che di quella epica avventura rimanga un segno indelebile a favore dei nostri figli e della storia.