Con il passaggio ai Savoia nel 1720 inizia per la Sardegna una nuova era. Carlo Emanuele III, salito al trono nel 1730, si interessò ai problemi interni dell’isola in collaborazione col viceré, il Marchese di Rivarolo.
Tra le varie iniziative tese a migliorare le condizioni della Sardegna si ritenne che il ripopolamento con elementi forestieri fosse il modo più opportuno per dare slancio all’economia. I primi interventi di colonizzazione saranno individuati sulle coste, in particolare sulle isole di San Pietro, Sant’Antioco e dell’Asinara, ritenute strategiche e in grado di vigilare sulle rotte mediterranee.
Nel 1737 San Pietro venne concessa col titolo di Duca al Marchese della Guardia, don Bernardino Genoves, a patto che accogliesse le 100 famiglie tabarchine che avevano fatto richiesta di trasferirvisi. La città edificata venne chiamata Carloforte.
I Tabarchini, sbarcati sull’isola nella primavera del 1738, dopo aver giurato fedeltà al nuovo sovrano, aver istituito il primo Consiglio Comunitativo, nominato il primo sindaco, distribuito i terreni ai coloni, si dedicarono alle attività di sempre: la pesca del tonno e del corallo, la realizzazione di una salina e la coltivazione della vite. Venne potenziata l’attività cantieristica per la costruzione di imbarcazioni per la pesca e il trasporto, per evitare l’isolamento e contemporaneamente attivare scambi commerciali.
La vita della colonia fu interessata da due episodi di particolare importanza. Nel gennaio 1793 l’isola di San Pietro, come quella di Sant’Antioco, fu occupata dalle truppe rivoluzionarie francesi che avevano mosso guerra al Regno Sardo.
Nell’occasione l’isola venne ribattezzata Isola della libertà e restò possedimento francese sino al maggio dello stesso anno, quando venne liberata dalla flotta spagnola alleata dei Savoia.
Il 3 settembre 1798 una flotta di pirati tunisini assalì di sorpresa il paese: dopo averlo saccheggiato, razziò un bottino umano di 900 abitanti i quali furono liberati dopo cinque anni di schiavitù, grazie al versamento di un ingente riscatto e all’intervento decisivo del Primo Console Bonaparte.
L’Ottocento si apre con la liberazione degli schiavi, la costruzione della cinta muraria per difendere l’abitato da altre possibili incursioni, i privilegi che vennero elargiti da Vittorio Emanuele I a Carloforte, “Titoli e Privilegi di Città” nel giugno del 1808, l’istituzione della Regia Dogana e l’abilitazione del porto per il commercio di merci estere e locali. La fine delle attività corsare e piratesche, decretate nel 1816 tra le reggenze barbaresche e i governi europei, aprirà ai Carlofortini prospettive di progresso e di miglioramento che caratterizzeranno la storia di quel secolo.
La pesca del tonno, la produzione salifera, la cantieristica, la pesca dell’aragosta e del corallo, unitamente allo sviluppo nel bacino dell’Iglesiente di quelle attività minerarie che vedranno protagonisti i lavoratori del mare di Carloforte, rappresenteranno il volano dello sviluppo politico-economico-sociale della società carlofortina.
La nascita di un indotto industriale vedrà svilupparsi sull’isola numerose officine e piccole industrie metalmeccaniche che successivamente forniranno personale specializzato al polo industriale nato a Portovesme poco dopo la metà del’900, mentre l’Istituto Nautico formerà capitani e direttori di macchine che, unitamente a tanti marinai, motoristi, nostromi e marconisti, costituiranno il nucleo lavorativo più importante e produttivo della comunità di Carloforte.
Oggi, in seguito alla profonda crisi in cui versa il comparto industriale, il turismo risulta essere l’altra voce positiva dell’economia isolana.