I momenti più coinvolgenti erano il Carnevale e San Giovanni.
Il Carnevale iniziava il 17 gennaio, al canto del Giabeilò (giubilare): E l’ô di de Sant’Antóniu, l’ô dîsette de Zenò, giabeilò giabeilò che l’ô dîsette de Zenò! da parte di comitive che in casa, in campagna o al mare festeggiavano. Al rientro, nella piazza del paese cantavano questo e altri canti tradizionali come Non mi mandar più lettere per via per via della posta… Scendi donne balansé alla danza la signora…, mentre facevano il girotondo (a riunda di cunquigli, a Genova cuculli, ciambelle). La sera di questo e di altri giorni ci si mascherava, col travestimento del sesso opposto e il viso coperto. Dai Sardi proveniva un abbigliamento diffuso che figurava il gatto: un lenzuolo bianco avvolto intorno al corpo e stretto da nastri intorno alla vita, al collo e sul capo: girando per il paese queste maschere emettevano il suono r r r che richiamava le fusa del gatto. Il martedì grasso il divertimento si concludeva con un funerale collettivo in seguito al quale il fantoccio del Carnevale veniva processato e condannato a morte, o per annegamento o per arsione, mentre si recitavano opportuni versi. Resta il proverbio che evidenzia il protagonismo delle donne oxi de mazzu, gatti de zenò e dónne de carlevò nu gh’è córda che i pö ligò” (asini in maggio, gatti in gennaio e donne a carnevale non c’è corda che li possa legare).
San Giovanni (Battista), cristianizzazione della festa pagana del solstizio d’estate, il 24 giugno, evidenziava credenze e riti che coinvolgevano la comunità. La sera del 23 si accendevano nei crocicchi delle strade i falò sui quali i giovani saltavano velocemente. Veniva conservata un po’ della cenere perché, unita all’olio, se ne potessero fare i cataplasmi, e si conservava un tizzone spento per allontanare i fulmini. Durante la notte circolavano per le campagne comitive alla ricerca di erbe terapeutiche. Si riteneva che a mezzanotte parlassero tra loro animali dello stesso pelo, il livello dell’acqua nei pozzi salisse e chi possedeva poteri contro il malocchio, i porri, gli scarafaggi, ecc. potesse trasmetterli ad un’altra persona. All’alba si andava in riva al mare per assistere ai prodigiosi tre salti del sole (forse un riferimento al Cristo, “sole” di cui il Battista fu annunciatore). Pregando ci si lavava il viso con la rugiada o con l’acqua del mare per purificarsi. Nel pomeriggio si compiva il rito solenne del comparatico: ragazzi, giovani e adulti, tenendo con una mano o un solo dito una corona del rosario o di fiori cantavano la formula grazie alla quale diventavano compari o comari (cumpò/cumò de cunétta o de sciùe, compari o comari di rosario o di fiori) con l’obbligo del “voi” di rispetto per tutta la vita: Alla festa di san Giovanni… se non si fa compare e comare braccio dritto seccherà.
Altre feste. Il 29 giugno i pescatori locali animano la festa di San Pietro con processione di barche e deposizione di fiori in omaggio a chi in mare ha perso la vita. Il 2 luglio si celebra la festa della Madonna delle Grazie, compatrona di Calasetta, veneratissima sia dai Calasettani che dagli abitanti della vicina Sant’Antioco. Il 2 agosto si festeggia u duì d’aùstu (eufemismo per indicare gli attributi maschili), festa dei “maschi”, occasione di scherzi di sapore goliardico, di bevute e cantate in compagnia. Il 22 settembre è la festa del patrono San Maurizio Martire: culmine dei festeggiamenti è la solenne processione, cui partecipano anche le rappresentanze delle comunità gemellate con Calasetta, la delegazione sarda dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, cui si deve la fondazione del paese.