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Mestieri e attività: Carloforte

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Mestieri e attività: Carloforte
Mestieri e attività di Carloforte
Pannello 10

Per Carloforte, o meglio per tutti i Carlofortini, la fonte di vita sulla quale costruire l’esistenza è stata certamente il mare con tutte le attività ad esso connesse quali la pesca, la cantieristica navale, i traffici marittimi. Abili marinai e capaci maestri d’ascia, i Carlofortini, per quasi due secoli hanno solcato e trafficato in lungo e in largo per il mar Mediterraneo con le barche a vela costruite nei loro cantieri, piccole bilancelle di 10/40 tonnellate di stazza. Cosicché nella prima metà dell’Ottocento, prima ancora quindi del convogliamento del minerale estratto nel bacino metallifero dell’Iglesiente, il porto di Carloforte divenne il più importante della Sardegna, dopo quello di Cagliari, per la quantità di merci trasportate e per il numero di imbarcazioni che vi facevano scalo. Vi giungevano e vi partivano bastimenti carichi di ogni genere di merce: carbone, legname, laterizi, cereali, olio, formaggi, manufatti vari, oltre ai prodotti locali quali sale, tonno, vino e pietre da lastricare. Genova, Livorno, Napoli e Palermo, assieme ai principali porti sardi, erano gli approdi più frequentemente toccati. Più numerose e varie erano le direttrici della circolazione mercantile da e per Carloforte con gli scali esteri: Barcellona, Nizza, Tolone, Marsiglia, Ajaccio, Malta, Costantinopoli, Bona, Tunisi, Algeri, Orano. Ma i Carlofortini erano anche provetti pescatori di corallo, di aragoste e soprattutto di tonno. Carloforte fu infatti un rilevante approdo peschereccio. Intere flottiglie provenienti dalla Campania, dalla Liguria e dalla Toscana vi giungevano in primavera per dedicarsi alla pesca del corallo, delle alici e delle sardine che il mare prospicente l’isola offriva copioso. La concomitante pesca del tonno incrementava in quella stagione il passaggio di uomini, il movimento di barche e merci. Tutta questa florida attività peschereccia e commerciale favorì la presenza di consolati stranieri (oltre quindici erano le nazioni rappresentate a Carloforte) e diede un nuovo impulso a tutta una serie di lavori e imprese, accessorie e collaterali: fiorirono le botteghe dei fabbri, dei cordai, dei bottai, dei maestri velai e naturalmente si affermarono e prosperarono i cantieri navali.

Ma i Carlofortini, gente di mare e soprattutto gente laboriosa, nelle giornate di inattività forzata per l’inclemenza del tempo o anche nell’intervallo tra un arrivo e una partenza, correvano in campagna a curare l’orto e la vigna. Significativa è una rilevazione catastale del 1900, in cui risultava che ben 629 ettari erano coltivati a vite. Una superficie enorme, se si considera che dai 50 kmq di estensione dell’isola bisogna detrarre le aree occupate dal centro abitato, le zone paludose, tutta la fascia costiera e il terreno aspro e collinare che caratterizza alcune aree interne. Nonostante ciò la produzione di vino non è mai stata una voce importante dell’economia isolana, in quanto la coltivazione della vite è rimasta per quasi tutti un’occupazione secondaria, a livello di fruttuoso passatempo.

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