Le comunità tabarchine di Carloforte e Calasetta hanno in comune il bagaglio culturale che hanno conservato per cinque secoli e che sembra non aver molto risentito dei due spostamenti migratori, da Pegli a Tabarca e poi nel Sulcis. Una cultura che non è stata tanto sconvolta dal tempo e che è giunta fino ai giorni nostri grazie a particolari condizioni quali l’isolamento geografico, la coesione di gruppo insita in tutti i migranti e l’alto tasso di endogamia che ha caratterizzato le due società tabarchine. Fattori che hanno favorito il senso di appartenenza alla comunità, rafforzando conseguentemente il patrimonio di credenze e tradizioni.
Così il ciclo dell’anno, scandito da feste religiose e popolari e tradizioni particolari, vedeva una partecipazione attiva e convinta della comunità. Come per esempio il comparatico di San Giovanni, che deriva dagli ancestrali riti pagani del solstizio d’estate, nel quale due amici o due innamorati si giuravano eterna fedeltà davanti ai falò nella notte tra il 23 e il 24 giugno. O come ancora dumandò i mórti, quando i bambini bussavano nella sera di Ognissanti nelle case di parenti e conoscenti, ricevendo fichi secchi, castagne e caramelle. Tale usanza trae origine da un antico rito celtico, ricorrenza che ora si è trasformata in Halloween, di derivazione statunitense. Come si sa, il tempo fa evolvere o trasformare i costumi; ma certe consuetudini hanno resistito all’usura degli anni.
Le principali feste religiose, Natale, Pasqua e Ognissanti erano sempre accompagnate, e lo sono tuttora anche se in misura minore, dalla confezione rituale di un dolce, diverso nel nome (fantiña, lüña e cavagnéttu),nella forma e nei simboli, ma sempre uguale nell’impasto: un amalgama di farina, tuorli d’uovo e zucchero, cotto in forno. Per tutti questi dolci è chiaro il significato simbolico: ad esempio la lüña, preparata per la domenica delle Palme di forma circolare, con evidente riferimento alla fase della luna nuova nella quale cade sempre la Pasqua. Qualcosa è rimasto anche del Carnevale che iniziava, e inizia, festosamente il 17 gennaio, cui seguivano mascherate e balli tutti i giorni, eccetto il venerdì per rispetto della morte di Cristo, fino al martedì grasso.
Se il Carnevale trascorreva in un grande coinvolgimento di festa e spensieratezza, non meno totale era l’osservanza scrupolosa dei Carlofortini delle pratiche quaresimali che si concludevano il sabato Santo con un rito purificatore, sicuramente antico retaggio dell’origine ligure: collettivamente, uomini e donne, adulti e bambini, immergevano le gambe in mare fin quasi al ginocchio per levarsi le impurità e riaccostarsi nuovamente al sacro. E poi la festa patronale di San Pietro ancora molto sentita, quantunque abbia in parte perso l’antica carica popolare. A queste ricorrenze c’è sicuramente da aggiungere, in tempi più recenti, la festività della Madonna dello Schiavo, storica e religiosa allo stesso tempo in quanto ricorda la schiavitù dei Carolini in Tunisia, dove il simulacro della Vergine fu trovato. Alla sua processione partecipa tutta la popolazione, credente e non.