I Tabarchini che nel 1770 giunsero nell’Isola di Sant’Antioco provenivano da differenti esperienze lavorative. A Calasetta avrebbero dovuto occuparsi di agricoltura. Poiché i terreni loro assegnati, essendo in prevalenza sabbiosi, si rivelarono poco adatti alla coltivazione dei cereali, il Governo suggerì l’impianto della vite. A questo proposito nel 1775 furono importate dal Piemonte 43.000 barbatelle di vitigni che si procedette ad interrare. Visto il buon risultato dell’esperimento, si procedette all’impianto estensivo. Il territorio calasettano fu in breve occupato quasi interamente da vigne. La viticoltura divenne l’occupazione principale dei Calasettani.
Nella metà dell’Ottocento si comunicava che a Calasetta si abbondava di vini anche particolari e “per lo smaltimento se ne fa carico di bastimenti per l’Estero” (M. Cabras). Nell’abitato si moltiplicarono i magazzini, all’interno dei quali veniva prodotto e conservato il vino, fino al 1932, quando fu costituita la Cantina Sociale di Calasetta. Il Censimento Agrario del 1929 riportava che Calasetta contava 1070 ettari coltivati a vigneto, ovvero il 36,3% del proprio agro, e produceva 48.915 quintali d’uva.
Nel 1937 si scriveva: “Tutt’intorno a Calasetta vigne, vigne grandi, piccine, d’ogni sorta, dappertutto, dietro le case, lungo il mare, dietro gli scogli, tra le rocce, in collina e sulla sabbia; danno il generoso vino di buona fama” (N. Valle). Ancora nel 1972 si osservava: “Non sembra esagerato affermare che la popolazione di Calasetta è in pratica una popolazione di viticultori” (M. Zaccagnini). Oltre alle attività tradizionali indispensabili alla comunità (fabbri, falegnami, muratori, fornai, negozianti) si distinsero per forza di cose quella del sensale e del commerciante di vino.