Ricordi quanto ti ho raccontato nella scheda di Tabarca? Dopo che le cento famiglie lasciarono Tabarca nel 1738 per colonizzare l’isola di San Pietro, l’isola africana fu oggetto di una complessa contesa politica che culminò con l’occupazione da parte dell’esercito tunisino l’8 giugno 1741. Circa 840 tabarchini furono presi prigionieri e deportati a Tunisi. Alcuni di essi vennero successivamente riscattati grazie all’opera diplomatica di Giovanni Porcile e alla generosità del Re Carlo Emanuele III di Savoia: tra il 1751 e il 1755 più di duecento di loro raggiunsero la popolazione della già avviata colonia di Carloforte.
Nel frattempo i tabarchini rimasti a Tunisi continuarono a vivere in un momento di profonda instabilità. La svolta arrivò nel 1756 quando un figlio del bey di Tunisi scatenò una rivolta contro il padre. A quel punto la Reggenza di Algeri mosse guerra a Tunisi, depose e giustiziò il Bey e lo sostituì con uno dei suoi figli, imponendo al contempo un cospicuo risarcimento. Come bottino di guerra furono deportati più di mille schiavi prigionieri a Tunisi tra cui circa 400 Tabarchini che aspettavano trepidamente la loro liberazione. Dopo un viaggio tragico e penoso di 440 miglia, durante il quale molti persero la vita, i Tabarchini superstiti giunsero ad Algeri, dove furono sottoposti a un regime di schiavitù molto più duro di quello tunisino.
Le speranze di una liberazione per questi sfortunati erano assai deboli, ogni tentativo inesorabilmente fallito. Ci vollero mille peripezie prima di raggiungere il lieto fine. Fu l’opera condotta con sagacia, passione e determinazione dal Padre Stefano Vallacca ad aprire uno spiraglio per la loro liberazione. Il padre Vallacca impiegò anni per recuperare attraverso la Cassa di Redenzione degli Schiavi la somma necessaria per il riscatto, ma tutto risultò inutile e fu solo grazie alla supplica rivolta al sovrano di Spagna Carlo III che la situazione si risolse. Molti schiavi detenuti nelle carceri algerine erano infatti spagnoli. Devi sapere che fu grazie ad un accordo di scambio che furono liberati centinaia di tabarchini. Tra la fine del 1768 e i primi mesi del 1769 furono riscattati e trasportati a Cartagena, in Spagna, 1.400 schiavi in cambio di circa 1000 schiavi mori e la somma di 660.000 scudi. Tra gli schiavi liberati vi erano circa 300 Tabarchini. Ma il viaggio dei nostri tabarchini non finì lì. Da Cartagena il gruppo di Tabarchini venne trasportato nel marzo del 1769 ad Alicante e ospitato nel Collegio della Compagnia di Gesù, in attesa poi di essere destinato presso l’isla Plana di San Pablo situata a 17 miglia a sud-est di Alicante.
Alla fine del 1769 fu diramato l’ordine ufficiale della destinazione dei Tabarchini sull’isla Plana di San Pablo, chiamata poi Nueva Tabarca. Per questi tabarchini si prospettava una nuova vita. Nel frattempo, grazie al piano della colonizzazione coordinato dall’ingegnere regio Don Ferdinando Mendez, furono realizzate delle nuove abitazioni e, a quel punto, Carlo III in persona autorizzò il definitivo trasloco dei Tabarchini sull’isola: era l’aprile del 1770.
La vita della colonia, che nei primi anni era supportata da privilegi e concessioni, cominciò presto a dare segni di crisi e malessere. Ciò fu generato da una serie di fattori che costrinsero i più giovani all’esodo verso le città costiere: la scarsità di risorse che l’isola poteva fornire, la riduzione della pesca, l’obbligo dell’iscrizione all’albo della “Gente di Mare”, l’uso delle lingue castigliane e valenciane nella scuola e nelle istituzioni religiose, l’incorporamento nello stato spagnolo nel 1835 e la scomparsa del regime speciale per le colonie.
I Tabarchini si integrarono sempre di più con le popolazioni autoctone dando origine a nuclei familiari a Torrevieya, Villajoysa, Santa Pola e Alicante perdendo progressivamente e inevitabilmente l’uso della lingua tabarchina. Le famiglie rimaste a Nueva Tabarca, ancora oggi, se pur ridotte a poche decine, conservano con orgoglio il ricordo delle loro radici e della loro storia.